giovedì, 22 febbraio, 2024
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«Nella terra di Nod abbiamo ucciso il tempo e l’eternità». Conversazione con il collettivo FC Bergman, Leone d’Argento alla Biennale Teatro 2023. -di Nicola Arrigoni

FC Bergman - Stef Aerts, Joé Agemans, Thomas Verstraeten e Marie Vinck FC Bergman - Stef Aerts, Joé Agemans, Thomas Verstraeten e Marie Vinck

Il sole caldo delle sette della sera entra nel capannone a Marghera, disegnando il percorso che porta alle tende di ingresso, si attende di entrare per assistere a The Land of Nod del collettivo FC Bergman, collettivo che ha ottenuto il Leone d’Argento alla Biennale Teatro 2023, diretta da Ricci/Forte. Si vedono delle quinte, la trama di legno, l’impressione è quella di essere all’esterno di una grande scatola, in cui si entra quasi risucchiati da una tenda rossa. Ma nel momento in cui si varca la soglia ci si ritrova nella galleria Rubens del Museo Reale di Belle Arti di Anversa, l’effetto è potente, così come le dimensioni di quella sala che profuma di vecchio, di un che di polveroso con il parquet lucidato di fresco e alle pareti una moquette un poco smunta. Si ha l’impressione di una sala in disallestimento, ma ciò che colpisce è la sensazione di essere schiacciati, di essere piccoli piccoli in quella grande sala in cui da un lato capeggia una grande Crocefissione di Rubens. The Land of Nod è un capolavoro che lascia senza fiato, è uno di quegli spettacoli destinati a tornare nella memoria, a disvelarsi lungo il crinale del tempo, non foss’altro che per riassaporare la leggerezza inquietante di artisti che sono veri funamboli di bellezza. E allora ci si ritrova dopo un po’ a ricercare su youtube i frammenti di The Land of Nod per godere ancora di quell’incontro, per essere ancora in quella sala di museo in cui gli artisti di FC Bergman hanno messo in scena la determinazione dell’uomo a perseguire i suoi obiettivi, anche quando questi finiscono col distruggere il mondo, anche quando il volersi impossessare della Crocifissione di Rubens diventa un chiodo fisso a cui tutto si sacrifica, anche lo stesso museo, anche lo stesso mondo, distrutto dalle guerre e dalla violenza dell’uomo e questo solo per godersi a lume di candela, in angosciosa solitudine la bellezza della Crocefissione di Rubens, semplicemente per la soddisfazione di essere unici tenutari dell’opera e forse della verità. E qui si ape un mondo di pensieri, di suggestioni. In The Land of Nod ci sono la Venere degli stracci di Pistoletto, ma anche Willie il Coyote, il grande cinema di Godard e l’omaggio coreutico a Pina Bausch, ma soprattutto che una potenza espressiva che lascia senza fiato: « gli artisti fiamminghi FC Bergman, ispirandosi al cinema, alla letteratura e alla storia dell’arte, amalgamando un’estetica pittorica e l’uso di una tecnologia molto avanzata con i grandi racconti allegorici-medievali-biblici, plasmano un originale linguaggio di teatro-danza site-specific, poetico e al tempo stesso irriverente, che rilascia una sensazione di sconcertante disagio nello spettatore», scrivono oculatamente Ricci e Forte nella motivazione al Leone d’Argento. Per questo è diventato impellente, urgente – almeno per chi scrive – incontrare per quanto alla distanza Stef Aerts, Marie Vicks, Thomas Verstraeten non foss’altro per venire a capo di una visone che tormenta e regala piacere, che interroga e ci pone di fronte alla fragilità dell’umano e all’abisso che in esso è contenuto.

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Land of Nod del collettivo FC Bergman

Come si è formato il vostro collettivo?
Marie Vinck
: «Ci siamo conosciuti durante i nostri studi di formazione teatrale presso il Conservatorio di Anversa. Eravamo nella stessa classe e fin da subito abbiamo avvertito una certa sintonia fra di noi. Poi un'estate abbiamo partecipato a piccolo festival di teatro organizzato dagli Scheld'apen, un rifugio culturale per artisti. Ci venne chiesto di creare una performance. Ed ecco che mettemmo in piedi la nostra prima produzione. Ci fu subito chiaro che condividevamo lo stesso linguaggio e lo stesso desiderio di lavorare insieme»

Quale è stato l’iter che vi ha portato a gestire lo spazio e il corpo nel modo in cui abbiamo visto a Venezia?
Thomas Verstraeten
: «The Land of Nod ha avuto origine da un progetto location-based, cioè ispirato a un luogo specifico. Volevamo infatti creare una performance ispirata a un luogo preciso, un luogo fisico reale, un’ambientazione. Siamo entrato al Royal Museum of Fine Arts di Anversa (KMSKA), che all'epoca era in ristrutturazione. Intendevamo creare la nostra performance là. Quando abbiamo visto il luogo, ne siamo stati colpiti. Conoscevamo quel posto quale glorioso, straordinario, fantastico museo. Tuttavia, quando siamo entrati, abbiamo trovato un museo completamente smantellato. Le decorazioni in gesso erano sparse al suolo, danneggiate; il tetto era stato rimosso; le porte erano rotte e aperte per consentire di portar via i quadri. Era come se il museo fosse un luogo di guerra. Ma, dopo parecchi tira e molla, non ci fu permesso esibirci dentro al museo vero».

Cosa avete fatto, allora?
«Abbiamo deciso di ricreare una copia esatta una delle sale, per mettere in scena la performance proprio dove avrebbe dovuto svolgersi: nella sala Rubens. Gestire lo spazio era semplicemente relazionarsi con esso e lasciare che lo spazio assumesse il ruolo di protagonista. Era questa la nostra esigenza», prosegue Thomas Verstraeten e aggiunge: «Siccome non potevamo accedere al set vero e proprio, abbiamo creato l'intera performance in uno spazio per le prove. In questo spazio delle prove abbiamo inventato diverse scene. Poi, abbiamo creato una copia esatta della Sala Rubens: una struttura tipo scatola di legno. Tuttavia, quando ci siamo esibiti in quella copia della Sala Rubens, ci siamo resi conto che la cosa non funzionava. Tutte le scene legate a quello spazio sembravano esagerate. Troppo. Abbiamo dovuto scartare più della metà della nostra performance e reinventare le scene. Lo spazio era opprimente, schiacciante, aveva preso il controllo del palco».

E a questo punto come avete gestito lo spazio?
«Sia in The Land of Nod ma anche nei nostri lavori precedenti ci sforziamo di fare in modo che lo spazio abbia il ruolo da protagonista. Ci rappresentiamo come figure solitarie che vagano nello spazio. Quando si tratta dei corpi o degli attori, il nostro approccio è che essi debbano solo ‘essere’. Non dovrebbero recitare nè fingere nè trasmettere emozioni. La performance è creata tramite le immagini, e soprattutto, tramite la scenografia che circonda i corpi o le persone che vagano all'interno. È fondamentale che gli attori siano umili, in relazione allo spazio e alle immagini, lo spazio è determinante nei confronti di tutto. È la bestia che deve essere domata. Gli attori si devono sottomettere alla superiorità dello spazio, in cui si trovano. E devono essere in funzione di quello spazio». 

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Land of Nod del collettivo FC Bergman

Quanto è importante capire il sottotesto per essere coinvolti nei vostri lavori?
Marie Vinck
: «Nelle nostre performance ci sono spesso segni chiari e immagini chiare, almeno così noi crediamo o tentiamo di fare. Tuttavia, speriamo che le persone non pensino che ci sia una sorta di enigma da risolvere. Per noi è molto importante che le nostre performance non riguardino ‘il capire’, ma ‘lo sperimentare’, non riguardino la comprensione, ma il vivere un’esperienza. Le nostre performance sono esperienze dirette. Speriamo che il pubblico permetta allo spettacolo di svolgersi in maniera naturale, lasciando che accada, qualunque cosa accada. In realtà, ogni interpretazione o racconto da parte del pubblico è ugualmente prezioso».

Sembra di capire che l’atteggiamento giusto sia quello di uno spettatore attivo, disposto all’ascolto e ad entrare in dialogo con ciò che accade.
Stef Aerts
: «Noi speriamo che lo spettatore si avvicini alle nostre esibizioni il più impreparato possibile e il più aperto possibile. Speriamo che lo spettatore osi prendersi il rischio di essere travolto, sopraffatto dall'esibizione».

La condizione umana è così disperata sempre, come spesso traspare dai vostri lavori?
Marie Vinck
: «Non credo che siamo individui depressi e cupi, ma a quanto pare dal nostro lavoro emerge sempre una certa oscurità. Credo che il fatto di avere figli ci abbia reso più bisognosi di speranza e di illusioni. Forse questa esigenza vale per il mondo intero, chissà, e forse le nostre performance future diventeranno più leggere. Se questo rifletta o meno la vera ‘condition humaine’, non posso dirlo, non sono in grado di affermarlo. Probabilmente parla più del nostro atteggiamento nei confronti della vita, suppongo».

C'è una resurrezione oltre la crocifissione di Rubens?
Stef Aertes
: «Speriamo che gli abitanti di questo mondo che si sgretola, questo mondo in decomposizione riescano a lasciare l’edificio per tempo, solo per ricostruirlo insieme con la loro forza collettiva. Invece di lasciarsi seppellire sotto di esso, come il protagonista della nostra performance fa».

Nel lavoro a cui abbiamo assistito a La Biennale il tempo è importante. Come mai avete scandito il tempo con il cambio delle stagioni?
Thomas Verstraeten
: «Il Tempo riveste un ruolo incredibilmente importante in tutto il nostro lavoro in generale, ma soprattutto in The Land of Nod. Ad un certo punto della nostra storia, avevamo bisogno di un'immagine o di un'idea che trasmettesse il passare del tempo. La storia di The Land of Nod è la storia di una sala di museo che funziona come un organismo vivente, ma anche come uno spazio senza tempo dove diversi personaggi cercano rifugio dal mondo esterno. Occupano quello spazio come regno del gioco e del piacere, completamente separato dal mondo esterno, il mondo reale fatto di disastri, guerre ed altri orrori. Avevamo bisogno di un’immagine per indicare lo scorrere del tempo. I vari personaggi non stanno nella Sala di Rubens solo per un’ora. Non c'è unità di tempo. Il tempo della storia non coincide con la durata dell'esibizione. Quindi avevamo necessità di un'immagine che trasmettesse che loro trascorrono un anno in quel posto, nel loro esilio volontario. Per illustrarlo in un modo semplice, ma allo stesso tempo poetico, abbiamo scelto di presentare un uomo delle stagioni. E quell'uomo porta le quattro stagioni. Dapprima porta l'autunno, poi l'inverno e la neve, dopodiché la primavera e infine l'estate. Ritorna per quattro volte, e la quinta volta torna completamente insanguinato e poi cade a terra morto. È un punto di svolta nella nostra performance. Anche il tempo e l’eternità o l’assenza di tempo muoiono. Il mondo esterno ha sconfitto il tempo. Facciamo anche un riferimento alle quattro stagioni incorporando l'interpretazione di Max Ritcher de Le Quattro Stagioni di Vivaldi».

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Land of Nod del collettivo FC Bergman

È un caso che l'ambientazione al museo sia un luogo ‘senza tempo’, come il teatro?
Stef Aerts
: «I nostri personaggi sono attratti dall’atemporalità di questo luogo proprio perché cercano una fuga dalla realtà, tentando di distaccarsi dalla vita. Tuttavia, è proprio quando questa atemporalità viene ad essere minacciata e il tempo si infiltra dentro l’edificio che la loro libertà immaginata rischia di venire meno, rischia di andare persa».

Siete mai stati tentati da un concetto di spazio di tipo tradizionale?
Thomas Verstraeten
: «Assolutamente sì. Non abbiamo solo creato spettacoli costruiti in base a un luogo specifico come in JR oppure in  The Land of Nod. Abbiamo anche creato spettacoli da palcoscenico tradizionale. L'esempio migliore è costituito da The Sheep Song, la nostra produzione più recente: abbiamo utilizzato il teatro così come è tradizionalmente inteso, senza alterarlo radicalmente. Anche nell'opera lavoriamo sul palco negli spazi teatrali tradizionali. Tuttavia, ci sforziamo sempre di creare dei set o degli scenari coinvolgenti. In maniera simile a The Land of Nod, i nostri personaggi devono interagire con la scenografia, che spesso assume un ruolo di primo piano oppure richiede un’interazione tra i nostri personaggi. Ciò vale anche per le esibizioni in spazi pubblici, come si può vedere nella trilogia Terminator, dove abbiamo qualcuno che combatte su una vasta pianura nel porto. Abbiamo anche personaggi che combattono su paesaggi più ampi, più estesi. E in The Sheep Song un tapis roulant sul palcoscenico scandisce il ritmo della performance e detta il ritmo ai personaggi. Ci piace lavorare in teatri tradizionali. Di tanto in tanto, siamo attratti dal teatro site-specific (produzione teatrale che viene rappresentata in un luogo unico e appositamente adattato diverso quindi da un teatro standard) e certamente questa è un’attrazione che non perderemo mai».*

(* traduzione dall’inglese a cura di Manu Torri)

 

Ultima modifica il Lunedì, 25 Settembre 2023 09:24

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