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ONEGIN - coreografia John Cranko

Nicoletta Manni e Roberto Bolle in "Onegin", coreografia John Cranko. Foto Brescia e Amisano, Teatro alla Scala Nicoletta Manni e Roberto Bolle in "Onegin", coreografia John Cranko. Foto Brescia e Amisano, Teatro alla Scala

Balletto in tre atti
Coreografia di John Cranko. Musica di Pëtr Il'ič Čajkovskij. Arrangiamento e orchestrazione di Kurt-Heinz Stolze.
Scene di Pier Luigi Samaritani. Costumi di Pier Luigi Samaritani e Roberta Guidi Di Bagno. Luci di Steen Bjarke.
Con: Roberto Bolle, Nicoletta Manni, Timofej Andrijashenko, Martina Arduino, Marco Agostino, Vittoria Valerio, Gabriele Corrado, Alice Mariani
e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala diretto da Manuel Legris.
Orchestra del Teatro alla Scala. Direttore: Simon Hewett
Milano, Teatro alla Scala, dal 5 al 25 novembre 2023

www.Sipario.it, 27 novembre 2023

ONEGIN E LA CERTEZZA DI UN RICORDO MOLTEPLICE

Sono molteplici le ragioni che porteranno il ballettomane scaligero a ricordare le nove recite di Onegin che chiudono la lunga e ricca stagione di balletto del massimo teatro milanese. Molteplici e di diversa natura, queste ragioni sostanzieranno il ricordo di serate segnate dall’arte della danza e rivelatesi momenti per riscoprire, sorprendersi e meravigliarsi. Scelta accurata è, in prima analisi, quella di riproporre uno dei capolavori più noti di John Cranko per la chiusa della stagione in omaggio e come tributo al grande coreografo nell’anno che segna il cinquantesimo anniversario dalla sua prematura scomparsa. Memoria di un titolo, questo, annoverato tra i massimi lavori del dance drama nonché uno dei vertici indiscussi dell’indagine sulle punte di una delle più grandi e più infelici storie d’amore, balletto denso di un significato così lontano eppure così prossimo alla sensibilità del vivere odierno. Sotto il profilo storico è ancora da rilevare che le recenti recite segnano, altresì, anche il trentesimo anniversario della prima rappresentazione al Teatro alla Scala di questo nobilissimo esempio di balletto drammatico, era l’11 febbraio del 1993 e Rex Harrington affiancava l’indimenticata Carla Fracci. 

Archiviata l’analisi storica ulteriori motivi rendono queste recenti rappresentazioni memorabili: in prima battuta l’acclamatissimo ritorno di Roberto Bolle nel ruolo del giovane dandy pietroburghese. Quattro le rappresentazioni che consentono a colui che è l’esempio apicale della danza italiana nel mondo di rispolverare le ombre e le luci di Onegin, il turbamento e il travaglio interiore di un protagonista che ama modulare e attraversare i rivoli dell’anelito e del rimorso con pari intensità. L’Onegin di Roberto Bolle è perfetto, vive di un’analisi accurata e avveduta che è frutto del lungo lavoro di approfondimento sui più peculiari risvolti drammaturgici del protagonista. Convincente e credibile l’azione danzata che è qui restituita con maturità in un assetto tecnico che si riconferma proverbialmente adamantino.

L’ultima, meravigliosa e inaspettata ragione che condurrà queste recite all’imperituro ricordo è la nomina ad étoile di Nicoletta Manni. Il riconoscimento, annunciato in palcoscenico dal Sovrintendente e Direttore Artistico Dominique Meyer insieme al Direttore del Ballo Manuel Legris al termine della seconda recita del balletto di John Cranko, giunge quale omaggio, plauso e unanime apprezzamento per una danzatrice che da tempo seguita a mostrare con tempra e risolutezza doti tecniche ed interpretative di prim’ordine in molteplici ruoli. In questo caso per la prima volta al fianco di Roberto Bolle nei panni di Tat’jana, Nicoletta Manni opta per una fluidità tecnica che alla determinazione affianca morbidezza e lirismo, la sua è una verve interpretativa lineare e mai esasperata, da manuale le insidie tecniche dei pas de deux  gestiti con afflato, equilibrio e sintonia fino all’etico epilogo del dramma ravvisabile in uno dei più appassionati passi a due del repertorio coreografico novecentesco che seguita a squadernare densità di senso e significato.

Se è vero, come si afferma nelle Confessioni agostiniane, che “vi è il presente di ciò che è passato, il presente di ciò che è presente, il presente di ciò che è futuro” allora quanto accaduto per le nove recite scaligere del balletto ispirato al romanzo in versi di Aleksandr Puškin potrebbe esserne - quantunque permanga la distanza dagli intenti del testo filosofico richiamato - una chiave interpretativa. La chiusa della stagione coreutica scaligera è, dopotutto, un emblema del ricordo dell’eredità artistica di John Cranko rivissuto in un presente che palesa già le tracce di un futuro non troppo lontano.

Vito Lentini

Ultima modifica il Mercoledì, 29 Novembre 2023 08:22
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