martedì, 13 aprile, 2021
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CAPULETI E MONTECCHI (I) - regia Denis Krief

"I Capuleti e i Montecchi", regia Denis Krief "I Capuleti e i Montecchi", regia Denis Krief

Musica di Vincenzo Bellini
Tragedia lirica in due atti
libretto di Felice Romani
Prima rappresentazione assoluta, Teatro La Fenice di Venezia, 11 marzo 1830
Direttore Daniele Gatti
Regia, scene, costumi, luci Denis Krief
MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani
PRINCIPALI INTERPRETI
ROMEO Vasilisa Berzhanskaya 
GIULIETTA Mariangela Sicilia/ Benedetta Torre 
TEBALDO Iván Ayón Rivas / Giulio Pelligra
LORENZO Nicola Ulivieri
CAPELLIO Alessio Cacciamani
 
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma 
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Roma, Teatro dell’Opera di Roma dal 23 gennaio al 6 febbraio 2020

www.Sipario.it, 22 gennaio 2020

Ho sempre pensato che una delle caratteristiche più belle di Vincenzo Bellini, come di qualsiasi autore classico, sia l’ironia. Una peculiarità che ben emerge nella sua I Capuleti e i Montecchi, in scena all’Opera di Roma per la direzione di Daniele Gatti e la regia di Denis krief. 
Quando si debbono raccontare momenti drammatici per via dell’amore di Giulietta e Romeo, ostacolato dalle famiglie rivali ed in perpetua lotta, ecco Bellini colorire questi istanti con musiche dal tono leggero, quasi da operetta, e con giri melodici che rammentano il Rossini più spensierato. Se, però, si deve incedere nel pathos perché la situazione lo richiede, non vi è mai quel cipiglio, il tono adombrato tipico dei momenti drammatici. O per meglio dire: questi elementi vi sono, ma in modo da percepirne l’apparente labilità, perché né il musicista né i personaggi aderiscono a quelle atmosfere e a quelle circostanze con fiducia e coinvolgimento. È questo che rende un’opera classica realmente interessante: perché le tinte fosche mai si trasmutano nel nero della tenebra; perché il riso mai sfocia nel ridicolo o nella stolidità fine a se stessa.
Caratteristiche, tutte queste, che impongono una lettura dell’opera approfondita, attenta alle sfumature; soprattutto quando si tratta di allestire una messinscena. Ma Krief di Bellini cosa ha realmente còlto? Vedendo lo spettacolo da lui realizzato, pare che il suo occhio abbia appena sfiorato le note di Bellini e le parole di Felice Romani. L’ambientazione scelta per raccontare la rivalità fra i Montecchi e i Capuleti è la piazza di un paesotto del meridione d’Italia, con sullo sfondo un filo spinato contorto che, probabilmente, preclude possibili vie di fuga verso una libertà sperata ma per sempre allontanata. I componenti delle due famiglie sono abbigliati alla stregua di violenti ma sempliciotti mafiosi, rozzi nelle maniere, grassi, grossolani, untuosi e odiosi. Imbracciano tutti un fucile, pronti a far fuoco al primo ordine impartito dal loro capo. 
Giulietta e Romeo, povere vittime di queste misere camarille di provincia, rispettando la partitura originale sono due donne. Ma la Berzhanskaya che veste i panni del giovane infelice innamorato è distante, per età e aspetto fisico, dai lineamenti efebici lievemente femminini tipici dei ragazzi dei secoli passati. Per cui l’amore tra i due perde quell’innocenza di cui Shakespeare prima e Bellini poi lo avevano dotato, per assumere la scontata veste di una relazione omosessuale.
Al di là delle bravura tecnica dei cantanti, dalle voci chiare e ben gestite, la loro capacità interpretativa è stata carente di sentimento, passione, ironia e verosimiglianza scenica. Discreta, invece, la direzione di Gatti, che ha impresso alle musiche di Bellini quel tono giustamente frivolo che è però entrato in conflitto con un’orditura scenica tutta imperniata sul dramma e che al sorriso non ha lasciato neppure uno spazio entro il quale esprimersi per rallegrare un pubblico fatalmente annoiato.

Pierluigi Pietricola

Ultima modifica il Domenica, 26 Gennaio 2020 11:20

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