sabato, 21 settembre, 2019
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PROMETEO INCATENATO - regia Fulvio Pepe

"Prometeo Incatenato", regia Fulvio Pepe "Prometeo Incatenato", regia Fulvio Pepe

di Eschilo
traduzione di Enzo Mandruzzato
con Federico Brugnone, Andrea Di Casa, Ilaria Falini, Deniz Özdoǧan, Ivan Zerbinati
luci Luca Bronzo
costumi Emanuela Dall'Aglio
regia Fulvio Pepe
assistente alla regia Francesco Lanfranchi
produzione Fondazione Teatro Due,
Arena Shakespeare, 27 giugno 2019
prima nazionale

www.Sipario.it, 30 giugno 2019

Oltre 700 spettatori nell'arena Shakespeare del Teatro Due incandescente hanno assistito a Prometeo Incatenato, nella versione registica di Fulvio Pepe. Malgrado il caldo africano di un giugno torrido gli spettatori hanno resistito e assistito alla tragedia eschilea costruita nel segno della fatica fisica degli attori, ma anche degli spettatori più che accaldati. Il primo dato da registrare sono proprio il pubblico e l'attenzione rapita per una delle tragedie eschilee più enigmatiche, intrisa di una civiltà greca a noi estranea nei suoi riti, ma punto di riferimento nell'elaborazione del suo pensiero che fonda il nostro essere occidentali. E allora l'azione prometeica non può che risuonare di scottante universalità nelle parole di Prometeo quando dice: «Distolsi gli umani dal guardare fisso il proprio destino di morte. Insediai in loro cieche speranze». In quelle cieche speranze c'è la tensione al far sì di essere artefici della propria realtà, c'è la consapevolezza di un assurgere a demiurghi del mondo, ma inevitabilmente destinati a perire. A questa riflessione e non solo si è concesso il pubblico che ha affollato l'arena, costringendo ad aggiungere una replica non prevista. E' questo – si crede – un dato di cronaca da sottolineare e che dice come esista un Paese, un'Italia fatta di tanti, tantissimi spettatori che accoglie liberamente la convocazione del teatro che è più che mai oggi convocazione di pensiero, la possibilità insieme di elaborare un atto di resistenza critica alla barbarie. Ecco questo è il segnale forte degli eroici spettatori dell'Arena Shakespeare incandescente.
Detto questo, Fulvio Pepe offre una lettura sacrale e umanissima al tempo stesso della vicenda prometeica, costruendo un metatesto teatrale nel provare e tirare al limite la resistenza fisica del suo triplice Prometeo. Prometeo - vuole il mito - è appeso alla rupe Tarpea, condannato da Zeus per aver donato il fuoco agli umani, condannato a imperituro supplizio: un'aquila gli divora il fegato che poi ricresce per rinnovare il calvario. Questa la storia di cui Pepe toglie il dialogo fra Potere e Violenza che fa da antefatto alle pena. Ciò che interessa al regista è la coerenza di Prometeo nel denunciare la tirannide di Zeus, il programma di sterminare gli uomini per creare una nuova specie, un homo novus, a lui suddito. A questo Prometeo si ribella, donando agli uomini il fuoco/techné, ma anche vane speranze. Entrambi i doni permettono all'uomo di superare il dolore attraverso la tecnica e i farmaci, mentre le vane speranze lo distolgono dal suo destino mortale, permettendogli di credere nella forza liberante della tecnica.
Fulvio Pepe nel dirigere il suo allestimento è incuriosito dal dolore estremo, dal resistere malgrado tutto di Prometeo, dal non cedere di un passo sulla convinzione della sua azione nei confronti degli uomini, non per amore del genere umano, ma piuttosto per contrasto a Zeus e alla sua tirannide. Così Pepe individua in Prometeo colui che sa vedere le cose come stanno, senza sovrastrutture, colui che non smette — malgrado il supplizio e il dolore — di chiedere giustizia e di denunciare l'ingiustizia del grande Zeus. Pepe costringe gli attori: Federico Brugnone, Andrea Di Casa e Ivan Zerbinati a recitare sospesi a quella rupe e ad arrivare al limite fisico per chiedere — con rottura della fabula — di essere sostituiti. E' come se improvvisamente la fatica dell'attore, la sua estenuante prova fisica rompesse la catena della finzione e facesse Prometeo più vicino a noi, più umano, meno Titano.
In questa fatica del dire si esplicita non solo l'idea registica, ma anche una sorta di inedita ed ardita prospettiva cristologica e trinitaria che è nel rosso del telo che veste Prometeo e nel racconto di un violenza del supplizio che si perpetua e forse nel suo perpetuarsi disvela l'inganno degli Eterni. Prometeo è agnus dei condannato per la libertà dell'Uomo dalla tirannide di Zeus. Tutto ciò si compie in un contesto icastico di una rupe in cui compiono Hermes, Oceano, il coro trasformati tutti in una sorta di altorilievo stratificato che inchioda lo sguardo del pubblico alla parete così come lo è Prometeo. Unico movimento extra rupe è quello di Io, a suo modo vittima di Zeus e colei che anticipa il riscatto di Prometeo, colei che nel suo viaggio di perseguitata farà maturare la soluzione del supplizio. Ma questa è un'altra storia, perduta nei secoli e a noi non resta che l'immagine di Prometeo incatenato... Ed è una eredità non semplice con cui confrontarsi. Applausi calorosi e accaldati alla fine per tutto, oltre ai tre Prometeo anche a Ilaria Falini, Deniz Özdoǧan.

Nicola Arrigoni

Ultima modifica il Martedì, 02 Luglio 2019 07:34

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