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PACE (LA) – regia Daniele Salvo

Martino Duane (Aristofane) con il coro in "La Pace", regia Daniele Salvo. Foto Ballarino Martino Duane (Aristofane) con il coro in "La Pace", regia Daniele Salvo. Foto Ballarino

di Aristofane
Traduzione: Nicola Cadoni
Regia: Daniele Salvo
Scena: Alessandro Chiti
Installazioni sceniche: Michele Ciacciofera
Costumi: Daniele Gelsi
Musiche originali: Patrizio Maria D’Artista
Cura del movimento: Miki Matsuse
Luci: Giuseppe Filipponio
Direzione cori cantati: Simonetta Cartia, Elena Polic Greco
Interpreti: Giuseppe Battiston, Massimo Verdastro, Simone Ciampi, Martino Duane, Francesca Maria,
Stella Pecollo, Patrizio Cigliano, Gaetano Aiello, Paolo Giangrasso, Giuseppe Rispoli, Jacqueline Bulnés,
Elena Polic Greco, Federica Clementi, Gemma Lapi
Corifei. Allievi e allieve dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico. coro dei contadini, sgherri di Polemos, uomini politici, armaioli, spadai, musicisti
Produzione: Fondazione INDA onlus
Teatro greco di Siracusa dal 9 al 23 giugno 2023

www.Sipario.it, 11 giugno 2023

Sarei contento di sapere se La pace di Aristofane, commedia rappresentata nel 421 a.C., contribuì nello stesso anno perché ateniesi e spartani la smettessero di combattersi ormai da dieci anni in quella guerra cosiddetta del Peloponneso e firmassero la Pace di Nicia, durata purtroppo solo sette anni perché poi i due eserciti si combatteranno per un altro decennio sino al 404 a.C. Perché se così fosse, il Teatro rappresenterebbe un medium di pace, un modo per cui un lavoro, sprigionante ingenuità fiabesca, faccia cessare tout court una guerra. Certamente sarà difficile che il lavoro di Aristofane messo in scena con maturata saggezza da Daniele Salvo al Teatro greco di Siracusa per la 58ª edizione dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico, sortisca questa risoluzione. Ma non si sa mai. Tanti capi di stato, compreso il papa non sono riusciti a calmare quell’Orlando furioso, di cui qui si ode solo il nome di Vladimir, diventando la voce di Trigeo/Battiston simile a quella di Ratzinger, non di Francesco. Ma è solo un attimo perché poi il lavoro prosegue secondo i binari normali. A  differenza però di quanto sta succedendo oggi nel conflitto tra ucraini e russi, dove non si riesce a trovare una persona o una delegazione giusta per fare cessare una guerra che va avanti da un anno e mezzo, Aristofane nella sua commedia prende un contadino qualunque, il vignaiolo Trigeo, interpretato qui con navigata professionalità da Giuseppe Battiston, agghindato come uno spaventapasseri, che ha una fabbrica di grosse palle di escrementi, utili ad ingrassare uno scarabeo gigante di tipo stercorario, di cui vediamo le sue grandi quattro zampe fare capolino dalla sua postazione, poi lo fa salire in groppa ad una sorta di bob verde simile a quei bolidi guidati da Nuvolari, (la struttura è opera di Michele Ciacciofera) e infine lo fa volare, tramite una gru, verso l’Olimpo. Rappresentato da Alessandro Chiti da una grande sfera luccicante, che ricorda, in piccolo, quella Geode parigina, in bella mostra nel Parco della Villette del 19°arrondissement, senza più la presenza di Zeus e degli altri dei, scappati via per i cieli della Grecia perché disgustati dalle continue liti dei greci. Trigeo trova solo il dorato dio Ermes, impersonato autorevolmente da Massimo Verdastro (pure nei panni di Ierocle), lasciato a custodire il palazzo, comprese masserizie e bagagli, mentre in basso tra la carta geografica del pianeta Terra si trova Polemos (il dio della guerra di Patrizio Cigliano) agghindato tutto di nero come un supereroe da fumetto (i costumi sono di Daniele Gelsi) tronfio per aver seppellito Eirene (La Pace) in una caverna, signoreggiando con fare da smargiasso mentre s’accinge a pestare in un mortaio le città greche. Però mancano i pestelli per compiere l’operazione, ovvero quegli uomini promotori di guerra come l’ateniese Cleone oppure lo spartano Brasida, entrambi morti. A questo punto Trigeo furbescamente capisce che è il momento buono per agire nei confronti di Ermes promettendogli sacrifici e libagioni in suo onore, accingendosi così a liberare La Pace, con l’ausilio del Coro composto da bifolchi attici, tutti insieme tramite funi a tirare fuori da una buca tre bianche donne velate, raffiguranti La Pace (Jacqueline Bulnés), Opora (dea del raccolto) di Federica Clementi e Teoria (dea della festa) di Gemma Lapi. Ma non è finita qui, perché grazie ad un bel lavoro di regia, Daniele Salvo ha reso godibile la seconda parte della commedia, certamente meno felice della prima, creando con Miki Matsuse una serie di coreografie (non era facile muovere 56 elementi), già messe in atto all’inizio di spettacolo con la battaglia armata tra greci e spartani, facendo poi diventare la scena un luogo di festeggiamenti, di lazzi buffoneschi e scene farsesche e allegorie politiche, costruite dal coro e dai corifei che si esprimevano in vari dialetti italici, danzando pure al ritmo del valzer “libiamo” della Traviata di Verdi, sembrando la skenè ad un tratto la Vucceria palermitana piena di fumo sprigionato da vari tipi di carne arrostita alla brace, annunciando Trigeo le nozze con Opora, ricevendo in regalo un grosso fallo di buon augurio. Infine Salvo ha voluto chiudere lo spettacolo, molto applaudito dal pubblico, col “monologo di Giocasta” tratto dalle Fenicie di Euripide, declamato dalla Pace di  Elena Polic Greco, incentrato sui mali del potere, per cui è meglio venerare l’uguaglianza, agire saggiamente facendosi bastare il necessario, mettere da parte ogni forma di avidità, perché così soltanto gli uomini non renderanno vana la pace conquistata.   

Gigi Giacobbe

Ultima modifica il Mercoledì, 14 Giugno 2023 08:26

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