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Mercoledì, 14 Dicembre 2022
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Reggio Emilia, Teatro Romolo Valli, 11 dicembre 2022
Reggio Parma Festival
Mostrario
di Yuval Avital

Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia (Parte III, 10 e 11 dicembre)

Per tre weekend, tra il 18 novembre e l’11 dicembre, il Mostrario dell'artista israeliano Yuval Avital ha trasformato completamente in spazi onirici, espositivi e performativi, i principali teatri delle due città di Parma e di Reggio Emilia – il Teatro Regio di Parma, il Teatro Due e il Teatro Municipale Valli – portando così a compimento, con questo intervento, l’anno del “Bestiario della Terra” voluto e realizzato dal Reggio Parma Festival. Il resoconto si riferisce alla performance di Reggio Emilia, terza tappa del percorso creativo, ricevendo certamente una percezione parziale del viaggio artistico modulato come un cammino esperienziale. Un evento che è stato accolto con interesse dalla città in quanto un flusso continuo di spettatori, oltre 1300 presenze, ha esaurito la disponibilità di ingressi contingentati nel corso delle due ore di apertura, richiamati dalla duplice opportunità di accedere agli spazi teatrali e alla performance artistica, ampiamente annunciata e preceduta nel corso dell'estate da eventi preparatori. Muovendosi liberamente alla scoperta dell’anima fisica più profonda dei teatri – anche attraverso ambienti solitamente inaccessibili al pubblico – spettatori o, meglio esploratori, hanno potuto imbattersi in performance dal vivo, installazioni, sculture, sonorità e opere di grandi dimensioni pensate e create appositamente dall’artista. Mostrario, termine coniato dalla figlia dell'artista sfogliando i disegni del Bestiario di Yuval Avital si presenta come una creazione artistica multiforme che coinvolge tutti i linguaggi della comunicazione sensoriale nel condurre lo spettatore e ascoltatore in una esplorazione fantastica e immaginativa della relazione tra essere umano e animale. Musica da camera, elettronica, sculture sonore, effetti luce, video art, installazioni, presenze performative che si esauriscono nel momento dell'incontro, animano il complesso affresco artistico costruito come stazioni delle sacre rappresentazioni medievali sparse in tutti gli ambiti del teatro: dai sotterranei locali caldaie alla balconata del graticcio del palcoscenico ai corridoi di accesso ai palchi. Figure antropomorfe, animali ed esseri ibridi tra umano e naturale prendono vita nel percorso fatto da 7 postazioni allestite in tutti gli spazi dell'ampio Teatro Valli di Reggio Emilia. C'era da chiedersi in quale fosse la dimensione migliore di percezione dell'evento da parte del visitatore, anche perché alcune situazioni prendevano vita nel diretto contatto tra attore e spettatore. Nello spazio Foyer (atrio) ci si imbatteva in installazioni dedicate alle Ninfee e alle creature degli stagni con inserimenti di postazioni video e sonore dal vivo con il Glockenspiel, tra Libellule e Ninfee, figure fiabesche estenuate e macilente in contrasto con la mendace suadente voce di un avatar digitale. Procedendo per i vari ordini dei palchi si incrociavano postazioni di topi rosicchianti enormi forme di formaggio, in attesa di una partita a carte, intenti alla lettura di giornali o sorseggiando tazze di tè tra chiacchiere nonsense. Questa è stata certamente la parte in cui al pubblico era permesso interagire con questi gruppi che volentieri si attardavano a scambi di battute. Fra le scene dal vivo, tra gli spazi nascosti dell'edificio teatrale, Il campo delle Mandragole vedeva la partecipazione dei soprani Monica Benvenuti e Silvia Pepe, mandragole urlanti strappate alla terra che le ha generate e immagini di mostri ibridi generate da intelligenza artificiale. In palcoscenico, La Città dei Peluche, con otto danzatori della compagnia Michele Merola Contemporary Dance Company sotto l’apparenza tenera dei pupazzi riempivano questa piazza luogo di un’inquietante ambiguità muovendosi nello spazio palcoscenico tra quadri elettrici, effetti audio e video dirompenti in un villaggio di tela da dove piovevano pupazzi. Con un percorso che procede fino al loggione, strumentisti spuntavano qua e là dai palchi annunciati dal suono causale dei loro strumenti, arrivando fino alla balconata del graticcio, cuore della macchina teatrale, dove l'altezza ci ha fatto percepire la fossa dei serpenti (Sala della Vipera e dei vermi giganti, azioni sceniche stessa compagnia Michele Merola Contemporary Dance Company). Si ridiscende, dove i topi irridono delle tue paure ed ecco che ci si sprofondava nel sottopalco con il groviglio di tubi e dove con il titolo provocatorio di Porcile il prosciutto appeso fa bella mostra di se. Nuovamente si riemerge e nella sala monumentale degli specchi un video proietta scene di bambini in veste di coniglietti, un finto pianoforte suona marcette. E' Il Giardino segreto dei conigli un’isola felice e turbata da presenze enigmatiche che animavano una villa monumentale abbandonata nei dintorni di Reggio, chiedendosi il senso degli incontri e del raccontare. Muovendosi tra la gente negli spazi abbastanza ristretti dei corridoi di passaggio si esce dal teatro interrogandosi su quale sia il significato di questa esperienza che non è solo artistica, musicale o spettacolare. Visto la folla che ha riempito gli spazi, e partecipato all'evento forse ravvedersi che senso del teatro si stia modificando verso una più attiva interrelazione tra spettatore/ascoltatore/visitatore/attore in uno spazio teatrale che si fa totalizzante.

Lunedì, 05 Dicembre 2022
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«Carissimi genitori, è difficile alla mia età fare un complimento carino! Sono ancora così piccolo. Che il mio primo complimento potrebbe stare dieci volte in una pagina. Vi amo tanto e chiedo al Signore che vi dia sempre gioia e felicità. Bernard». Bernard Marie Koltès ha sette anni e scrive ai genitori il 1 gennaio 1955. È il biglietto con cui si apre il volume Lettere, a cura di Stefano Casi e pubblicato da Cue Press. «In God we trust? Do We. B», solo sei parole scritte a Lisbona nell’aprile 1989, pochi giorni prima di morire. Si ha quasi l'impressione di violare un cassetto chiuso con all'interno carte segrete, ma poi la lettura delle Lettere di Bernard Marie Koltès restituisce un dialogo con l'autore della Solitudine nei campi di cotone che trasforma la vergogna in piacere. Alpha e l’Omega, una vita raccontata in presa diretta, con i piccoli fatti del quotidiano: lettere che non arrivano, dubbi, amori infranti, paure e speranze, frammenti di quotidiano di un uomo e un intellettuale in fuga, inquieto, in cerca di un altrove che è, ovviamente, al di là da venire e spinge al movimento. E allora è quasi con una sorta di impudicizia - a tratti ci si sente un po’ voyeur - che ci si avvicina, si ficcano gli occhi fra le parole e le righe di quelle carte che restituiscono «l’uomo Koltès con tutte le sue omissioni e contraddizioni, (il punto di forza di questo epistolario) è il fatto di non essere letterario e di non essere stato scritto per i posteri, ma per la reale e concreta esistenza, spesso relativa a questioni spicciole, di comunicare con i suoi interlocutori. – scrive Stefano Casi nella prefazione –. I fratelli e tutta la sua famiglia, ma soprattutto i genitori, anzi la madre: è lei la destinataria privilegiata a cui con maggiore trepidazione si rivolge Bernard, con immutato amore per oltre trent’anni, ma soprattutto con immutato atteggiamento di confidenza».

lettere

La lettura dell’epistolario – meritoriamente pubblicato da Cue Press – restituisce l’uomo «ci offre gli elementi per farci strada tra i riflessi che mascherano l’uomo, e in definitiva l’autore – continua Casi -. Ce lo mostrano nelle sue fragilità di giovane artista alla ricerca di un posto al sole e di giovane uomo per il quale il mondo è troppo piccolo per la sua infinita sete di vita e di conoscenza». Le lettere di Koltès sono istantanee di vita e in un tempo in cui il documentare in presa diretta il vivere di tutti giorni è diventato naturale, appaiono alla distanza come dei reperti di vita che ancora dicono per la loro freschezza e immediatezza e restituiscono al lettore e all’appassionato di Koltès un dialogo intimo con l’uomo che sta dietro o dento l’autore. Nel leggere le lettere in più punti di ha la sensazione di violare un segreto, di aprire. non visti, un cassetto di un mobile lasciato in soffitta per decenni e questo senso di vergogna è reso ben chiaro da quanto scrive il fratello François Koltès nella premessa al volume: «Bernard-Marie Koltès non era un uomo pubblico alla stregua di come potrebbero esserlo altri scrittori. Gli importava che solamente di lui si conoscessero le opere. A ogni modo, se oggi ci ha lasciato un’opera in gran parte pubblicata, è altresì vero che ha affidato ai suoi cari delle lettere che non erano destinate alla pubblicazione. Vengono pubblicate oggi, a trent’anni dalla sua scomparsa, perché è parso interessante apportasse lui stesso luce sulla sua opera». E allora è questa la chiave con cui avvicinarsi all’epistolario di Koltès, la possibilità di andar cercando le premesse, il vissuto da cui sono scaturite le opere.
Bernard Marie Kolès, Lettere, a cura di Stefano Casi, Cue Press, Imola, 2022, pagine 362, euro 37,99

Lunedì, 28 Novembre 2022
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Sabato, 26 Novembre 2022
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Sabato, 12 Novembre 2022
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